Obama fornisce sostegni simbolici alla Nato in crisi d’identità
La missione di Barack Obama in Europa è densa di ricorrenze simboliche perfette per legare, con analogie di sicuro impatto, le presenti richieste di libertà del popolo ucraino alle novecentesche battaglie dei paesi dell’Europa orientale per liberarsi dal giogo sovietico. Nel venticinquesimo anniversario delle prime elezioni libere in Polonia, il presidente americano ha proclamato gli ucraini che si ribellano all’aggressività russa eredi morali di Solidarnosc, concedendo tutto il sostegno possibile al neoeletto presidente di Kiev, Petro Poroshenko, la “saggia scelta” popolare uscita dalle urne.
18 AGO 20

La missione di Barack Obama in Europa è densa di ricorrenze simboliche perfette per legare, con analogie di sicuro impatto, le presenti richieste di libertà del popolo ucraino alle novecentesche battaglie dei paesi dell’Europa orientale per liberarsi dal giogo sovietico. Nel venticinquesimo anniversario delle prime elezioni libere in Polonia, il presidente americano ha proclamato gli ucraini che si ribellano all’aggressività russa eredi morali di Solidarnosc, concedendo tutto il sostegno possibile al neoeletto presidente di Kiev, Petro Poroshenko, la “saggia scelta” popolare uscita dalle urne: “Come ci ricorda l’aggressione russa in Ucraina, i nostri paesi liberi non possono essere compiacenti quando si tratta del perseguimento della visione che condividiamo di un’Europa libera e in pace. Dobbiamo essere al fianco di chi cerca la libertà”, ha detto Obama.
L’incontro dei ministri della Difesa della Nato e il G7 di Bruxelles confermano l’impegno politico americano verso un’Europa che per lunghi tratti è stata l’oggetto del disinteresse dell’Amministrazione Obama. L’anniversario dello sbarco in Normandia, infine, ricorda che le alleanze non si perpetuano a forza di strette di mano e tavoli delle trattative, ma talvolta richiedono sacrifici, scelte impopolari, decisioni drammatiche e necessarie. La presenza di Vladimir Putin a Omaha Beach, in qualità di rappresentante di una potenza vincitrice, depotenzia leggermente la carica simbolica, ma offre anche a Obama il destro per sottolineare con forza che “non accetteremo mai l’occupazione russa della Crimea o le violazioni della sovranità ucraina”. Questi sono gli elementi con cui Obama cerca di rassicurare gli alleati europei, e in particolare gli stati lungo il confine russo.
Ma accanto ai discorsi di ampio respiro sulla libertà e agli accigliati “non accetteremo mai” di Obama ci sono gli impegni fattivi, misurabili, e le indicazioni reali circa la natura della Nato, alleanza militare che nella fase di assestamento dopo il collasso dell’Unione sovietica ha faticato a trovare la sua identità. La foga espansionista di Putin sta costringendo l’America a promuovere una rapida ed efficace riorganizzazione, arte in cui la Casa Bianca di Obama non eccelle. In questo campo, l’azione di Obama è assai più timida di quella proclamata a parole. In Polonia il presidente ha annunciato lo stanziamento di un fondo da un miliardo di dollari per intensificare gli addestramenti delle truppe alleate, favorire la rotazione dei soldati sul confine, promuovere nuove esercitazioni e muovere strategicamente la flotta dell’alleanza atlantica. L’iniziativa “non ha lo scopo di minacciare qualunque altro paese, ma di difendere l’integrità territoriale dei nostri amici”, ha detto Obama, specificando che i fondi andranno anche a beneficio dei paesi minacciati dall’aggressività russa ma che non sono coperti dal patto atlantico: Georgia, Moldavia e ovviamente l’Ucraina, per la quale si sta lavorando a “un pacchetto comprensivo di misure a lungo termine per rendere le riforme dell’Ucraina più efficaci e le Forze armate più solide”, come ha detto il segretario generale della Nato, Anders Fogh-Rasmussen. Ma Obama non si è spinto oltre gli aiuti, che peraltro devono essere approvati dal Congresso; non ha offerto un riposizionamento delle truppe di stanza nell’Europa occidentale, e ha soltanto spiegato che la Casa Bianca “sta rivedendo la nostra presenza armata in Europa alla luce delle nuove sfide nel continente”. Non una presa di posizione particolarmente risoluta per il leader del mondo libero che cerca di rassicurare gli alleati.
[**Video_box_2**]Ci sono 67 mila soldati americani sul suolo europeo che potrebbero essere agevolmente spostati nelle basi alleate lungo il confine russo per passare dal linguaggio fintamente imperativo delle minacce diplomatiche a quello dei crudi fatti. Finora la Nato ha disposto 600 paracadutisti fra Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia e sei caccia F-15C che pattugliano i cieli sui paesi baltici, stanziamenti che soltanto con un immane sforzo d’immaginazione si potrebbero scambiare per misure deterrenti nei confronti della Russia di Putin.
Ripensare le alleanze Sulla politica energetica Obama ha elogiato i paesi europei, innanzitutto la Polonia, che investono nell’estrazione di gas, per mettersi sulla traiettoria che li porterà, un giorno, fuori dall’orbita della dipendenza russa, ma non ha mosso un dito in patria per sbloccare le licenze per nuovi terminal di gas liquefatto da cui gli europei potrebbero rifornirsi. Sono queste le scelte che esplicitano il senso di Obama per la Nato, alleanza militare che si trova impreparata a fronteggiare l’eredità irrisolta della Guerra fredda. Diversi osservatori, fra cui l’ex comandante delle forze della Nato, l’ammiraglio James Stavridis, sostengono che la violazione dell’integrità territoriale di uno stato alle porte dell’Europa segni il momento di ricalibrare il senso e le iniziative dell’alleanza atlantica. Si tratta di tornare alla vocazione difensiva e militare di un patto che deve innanzitutto garantire la sicurezza dei suoi membri, non soltanto proporre discorsi illuminati sulla comune passione per la libertà e più prosaici litigi sulle percentuali del pil che ogni paese dovrebbe dedicare alla spesa militare (questa volta il tema della solidarietà fra i membri è riaffiorato con particolare vigore).
I paesi della Nato, ha detto Obama, “stanno insieme perché lo spirito di Varsavia, Berlino e Bucarest arrivi ovunque. A Minsk, Caracas, Pechino, ovunque la gente voglia percorrere la strada complicata della democrazia. A Tbilisi, Rangoon o Tunisi, le lotte di queste persone diventano le nostre” ma il suo viaggio europeo dimostra che non di solo spirito vive l’alleanza atlantica. Il presidente americano ha capito chiaramente, se mai ci fosse stato bisogno di specificare, che la stabilità dell’Europa dipende dall’iniziativa americana, ma offre mosse assai timide per metterla in pratica.